Cosa in realtà tento di fare io, a volte riesco a volte meno, quando mi viene offerto un film? Prima leggo il copione che mi viene dato, parlo con il regista che è un po’ l’autore centrale di un’opera comune come è quella cinematografica, lega come in un’orchestra una serie di coautori, come sono io con la fotografia, come sono tanti altri: chi fa la scenografia, chi fa i costumi, chi fa la musica. Il regista come un direttore d’orchestra ci dirige tutti verso un’unica visione.
Leggo il copione e poi tento di capire il concetto centrale di contenuto di quella storia e tento di visualizzarlo; ovviamente tentando di utilizzare quello che è il vocabolario che è a mia disposizione: un vocabolario visivo.
Fondamentalmente è proprio questo rapporto tra luce ed ombra che ha una sua valenza. Sono molto sincero: io non credo che nella vita di ognuno di noi ci sia la possibilità per tempo, energie, di conoscere tutto, e in genere si arriva, per poter portare avanti il nostro percorso, a focalizzarsi su quello che è esattamente il nostro obbiettivo, e in questo sono fin troppo selettivo, io.
Quindi sono molto ignorante in tanti altri campi e me ne scuso con tutti gli altri artisti, ma non riesco a farne a meno.
Poi non ho il tempo di leggere le tesi dei miei studenti all’accademia dell’ immagine, di leggere i copioni, di leggere i libri di visione che mi interessano in quel momento.
Certamente Francesca, mia figlia, ha una maggiore informazione su tutte le cose che io non riesco a curare, perché lei è specializzata proprio in lighting design, in architettura e luce e quindi conosce tutti i vari tipi di proiettore, mezzi tecnici nuovi, ecc. Io collaboro con lei nell’ideazione, cioè nel cercare un concetto visivo ai progetti, un significato, un tema filosofico rispetto a quella che è la visione del luogo che dobbiamo costruire. So di non essere un buon fotografo, nel senso che la mia applicazione ha avuto sempre bisogno di più immagini e di un tempo. Per questo ho tentato di fare questo tipo di fotografia, cioè mettere in relazione due mondi, cioè un certo tipo di immagine con un altro tipo di immagine, il tentativo di fare una foto-cinematografia, quasi. E quindi, al completamento di questa trilogia dello “Scrivere con la luce” l’idea di poter esporre proprio come un fotografo ma che ha delle conoscenze cinematografiche, un certo numero di immagini, quindi solo esclusivamente le immagini fatte direttamente nella macchina fotografica e in doppia esposizione, è qualcosa che mi ha sempre attratto.
Molti mi hanno chiesto di fare esposizioni fotografiche sapendo che io faccio fotografia: non l’ ho mai voluto fare. C’è stata una mostra, si chiamava “Un percorso di luce”, ma non erano mie fotografie; era una mostra sul mio percorso di luce utilizzando i fotogrammi del film e l’esposizione era fatta proprio su delle pellicole ad asciugare, proprio per dare l’idea cinematografica. L’idea di presentarmi come fotografo mi piace però, ripercorre tutta quella che è stata la mia conoscenza: la filosofia, la pittura, la fotografia e la cinematografia messa su una specie di percorso che saranno 150 di questi cavalletti, queste immagini tra pittura e fotografia, che ripercorrono questi tre blocchi dei miei tempi: il mio periodo con la luce, il mio periodo di studio con i colori, il mio periodo di tentativo di equilibrio tra quegli elementi che è la terza fase della mia vita. Un po’ arrogantemente penso che questo tipo di immagini abbiano una correlazione con la pittura molto forte. Ecco perché le foto della mostra le voglio mettere su un cavalletto, in modo che possano essere viste una per una, ma nel contesto di un film, di un periodo storico, di tutta una vita.