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Incontro con uno dei protagonisti
del design italiano:
intellettuale,
artigiano,
sperimentatore.




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Italo Lupi
Italo Lupi
Italo Lupi
Intervista

Prima parte  

Italo Lupi nasce a Cagliari nel 1934 da padre romano e madre piemontese, delle Langhe.
A ragione del lavoro del padre, direttore di banca, la famiglia, numerosa, erano 5 figli, si spostò lungo la penisola da Cagliari a Mantova, a Pavia, a Bologna e infine a Milano.
Io appartengo a quella larghissima categoria di italiani che hanno patrie in molti luoghi“.

Quali sono i luoghi geografici a cui si sente più legato?
Mi sento molto legato alla terra d’origine di mia madre, le Langhe, perché a lì risalgono i primi ricordi veramente chiari e definiti.

E’ lì che lei ha vissuto gli anni della guerra?
In parte lì, in parte a Mantova.
L’8 settembre eravamo ancora a Mantova e ricordo l'arrivo dei tedeschi, la fuga dei nostri soldati. Rivedo le donne mantovane che portavano il pane alla ferrovia nella stazione per dare da mangiare ai poveretti che passavano nei vagoni piombati…queste donne sfidavano le fucilate dei tedeschi con una generosità tipica di quelle terre. Le ricchissime campagne mantovane fornivano burro e pane bianco anche quando dappertutto il pane era razionato, nero, cattivo.
Mi capitava di andare in campagna a mangiare con i simpatici contadini di lì; il cibo nel ricordo diventa sopraffino ma comunque era veramente molto buono data la genuinità degli ingredienti.
E' stato poi un contrasto fortissimo quando dall'opulenza di Mantova siamo passati alla povertà delle Langhe.
Subito dopo l’otto settembre infatti ci siamo rifugiati a Vezzo d’Alba, il paese di mia madre, figlia del notaio del paese. Lì stava iniziando la Resistenza partigiana, una vera forte Resistenza partigiana.
Chiunque abbia letto Fenoglio o abbia visto "Il partigiano Johnny", uno dei film italiani più secchi e più antiretorici, ha il sentore di quello che sono stati quegli anni.

Ricordi del tempo di guerra?
Ero un bambino che viveva in tempi tragici e la realtà prendeva un’allure mitica e leggendaria.
Ricordo ad esempio la storia di sei signori ebrei, parenti acquisiti di una cugina cattolica di mia madre sposata con un ebreo, che vivevano nel centro del paese, nella casa di mio nonno notaio.
Erano nascosti in due stanze le cui porte erano mascherate da una libreria che veniva spostata alle due di notte per permettere a questi signori intabarrati di prendere un po’ d’aria.
Quei sei simpatici signori ignoravano che c'era sempre qualcuno che, dalle persiane socchiuse, li spiava e che, quindi, la loro presenza non era un mistero in paese.
Malgrado i durissimi rastrellamenti che ci sono stati, nessuno li ha mai denunciati e alla fine della guerra il 25 aprile un corteo spontaneo di gente ha portato loro fiori e frutta.
Questo per me rimane un episodio epico, forse un po' retorico ma che mi piace molto raccontare in quanto testimonianza dell'onestà di quella gente.
Gli anni della guerra furono anni formativi, generatori di passioni politiche, di posizioni morali intransigenti anche perché pregni di episodi che lasciarono il segno.

E la fame?
La guerra ha voluto anche dire imparare ad arrangiarsi, sopravvivere al meglio grazie a certe furbizie. Si lottava contro la fame vera.
I tedeschi e i fascisti avevano bloccato l'arrivo di sale nelle nostre zone perché erano praticamente dominate dai partigiani.
Io e mia madre partivamo, verso le quattro del mattino, soli, su un carrettino guidato da un piccolo asinello sardo che nostro padre in tempi più felici ci aveva regalato perché fosse il nostro cavallino da gioco. Il carretto era molto carino con l'asino coi suoi finimenti di cuoio, elegante…
E invece in quegli anni è diventato un vero aiuto.
Partivamo in un freddo glaciale.. gli inverni di allora avevano nebbia, neve, freddo; era un freddo talmente forte che quando mio padre percorreva in bicicletta i 130 chilometri da Pavia dove lavorava ad Alba, mio padre aveva la barba più lunga di quella che ho io, si formavano delle stalattiti di ghiaccio che gli arrivavano al petto.
In questo freddo glaciale percorrevamo una ventina di kilometri per raggiungere una fonte di acqua salata della zona con la quale riempivamo delle damigiane. A casa si faceva bollire e si ricavava un po' di sale che ci serviva per tirare avanti.
La stessa angoscia derivante dalla mancanza di sale l’ho ritrovata in un libro molto bello di Nico Orengo: "Il salto dell'acciuga", in cui lui racconta il legame che c'era tra la Liguria e le Langhe a causa del contrabbando di sale nel '700-'800. E’ una testimonianza dei sapori forti della cucina delle Langhe.

Quale fu il primo impatto con gli Americani?
L'arrivo degli americani ha rivoluzionato la concezione della vita sia per il senso di libertà a cui ci aprivano, sia per una nuova estetica… come mi marcò la bellezza dei loro mezzi, la nuove jeep, le loro divise, la simpatia con cui questi soldati si presentavano dopo 4 -5 anni di cupo dominio di altri…
Io sono stato profondamente colpito da questa capacità di organizzazione, di questo primo contatto con la vera democrazia.
La prima volta che li ho visti arrivavano da Cremona a Pavia, dove ci stabilimmo nel ’45, salutati dalla popolazione festante.
Erano soldati allegri, differenti da quelli a cui eravamo abituati, ognuno vestiva un po' alla sua maniera e avevano bellisimi elmetti, i bulldozer, le jeep, i carriarmati. Ciò nonostante prevalevano i mezzi di pace piuttosto che di guerra, perché c'erano molte macchine per ricostruire i ponti sul Ticino, il taglio era del tutto differente…

Insieme agli alleati è arrivata la loro propaganda. In che cosa differiva da quella fascista?
C'erano due riviste che vorrei ricordare. Una si chiamava "Victory", dove c'erano delle fotografie fantastiche, il giornale era impaginato un po' come Life.
Gli inglesi invece diffondevano un giornale bellissimo che si chiamava “Il Mese“, era un formato tascabile ma molto elegante perché usava dei caratteri semplici, il bordone nella titolazione, arrivava da un paese con una cultura tipografica eccelsa!
Era una rivista non illustrata fotograficamente ma con dei disegni e io ragazzino lo guardavo con occhi incantati, perché mi sembravano disegni totalmente nuovi rispetto alla retorica degli illustratori del periodo fascista.
Retorica che rivista adesso posso dire non avesse aspetti completamente negativi, ma posso comunque affermare che i disegni degli illustratori inglesi e americani, visti per la prima volta allora, hanno influito molto sulla mia formazione culturale e professionale.
Quando questa rivista divenne completamente italiana diventando “L'Eco del Mondo”, fu Bruno Munari che ne curò l'impaginazione di copertina; era un'impaginazione di tipo classico, a mostrare la duttilità di Munari capace di passare dall'invenzione estrema a un registro completamente differente.

Già allora il suo era lo sguardo di un addetto ai lavori.
Quando è nata la sua passione per l’architettura?
Ero molto piccolo e guardavo con mia madre un libro di riproduzioni di monumenti romanici di Pavia.
A Pavia c'è una miniera straordinaria di bellezze romaniche: San Pietro in Ciel d’Oro, San Michele, San Teodoro…
Mia madre mi disse: "tu che capisci queste cose guarda come sono belli questi portali, queste architetture!". Fu una frase che mi colpì, in qualche modo mi segnò e mi rimase impressa negli anni. Ho cominciato ad appassionarmi di architettura e di tutti quei fenomeni che sono tangenti all'architettura, dal progetto all'illustrazione, al cinema. Le primissime esperienze come grafico le feci al cineclub universitario con le locandine dei film.
Al cineclub vedevamo film russi e, a differenza di Fantozzi, noi studenti di ginnasio o liceo del 1° dopoguerra eravamo molto interessati a film difficilmente reperibili.

I suoi studi?
A Pavia ho frequentato dalla prima alla quarta ginnasio, poi siamo arrivati a Milano dove mi sono iscritto al liceo Manzoni, liceo classico, e credo che questa sia stata una scelta molto importante e positiva, per la mia formazione, malgrado i traumi delle prime esercitazioni di disegno dal vero o di disegno tecnico ad Architettura a cui il classico non mi aveva preparato. Chi veniva dal liceo classico, ma anche chi forse veniva dal liceo scientifico, non aveva la minima idea da dove partire per riuscire a capire questi disegni così tecnici.

La facoltà di architettura era impostata diversamente da quella attuale?
Al Politecnico le classi erano relativamente piccole, rispetto a quelle che ci sono oggi, 100 iscritti, con obbligo di frequenza, appello ogni giorno.
Nei primi due anni di Politecnico ero molto frustrato perché mi ero iscritto pensando che immediatamente qualcuno mi avrebbe parlato di Le Corbusier e di architettura moderna mentre nessuno nemmeno abbordava l’argomento.

Eppure gli insegnanti a quell’epoca erano assai prestigiosi.
Dopo il terzo anno è intervenuto Rogers, sono intervenuti i suoi assistenti, è comparso Gregotti che era sempre in movimento, di un dinamismo continuo mentale e fisico, i suoi piedi e le sue mani non stavano mai ferme. Piergiorgio Castiglioni, il fratello di Achille, è stato un mio insegnante.

Ha sempre avuto ben chiaro di voler diventare architetto?
Sapevo di volermi occupare di cose che erano legate all'impaginazione, alle riviste, alla tipografia. Come dicevo coltivavo una passione per un certo tipo di fumetti.

Quali fumetti l’appassionavano?
Non posso nascondere un grande amore per il Topolino di Walt Disney, quello classico, disegnato con un tratto talmente bello da innamorarsene veramente .
Topolino mi pareva una rappresentazione dell'America straordinariamente fedele ed efficace.
Raggranellando monetine acquistavo le prime cose uscite di Hugo Pratt, Davide Faustinelli e Ongaro.
C'era una storia di indiani disegnata da Faustinelli che conoscendo i fumetti americani di Milton Caniff utilizzava per la prima volta un trattamento in bianco e nero molto forte che si avvicinava molto, non solo all'illustrazione, ma alla grafica.
La descrizione di mondi che nessuno ancora conosceva lo accomunavano a Pratt che proprio assieme a Faustinelli e Ongaro ha fatto i suoi lavori più belli. Veniva da un'esperienza in Argentina di disegnatore di fumetti. Il suo tratto era rapido e sintetico, il suo stile era caratterizzato da un bianco e nero molto forte, con l'introduzione di un colore piatto a retino, quindi utilizzava degli elementi di meccanica tipografica molto povera, ma bellissima, per l’uso che ne facevano.

Dal fumetto all’interesse per la tipografia e poi per la grafica?
Mentre facevo il Politecnico ho cominciato a frequentare l’indimenticabile signor Leschiera che era il capo tipografo di una piccola tipografia, la Neograph, il cui nome l'avevo letto sotto le prime copertine della Feltrinelli fatte da Albe Steiner, un maestro della grafica editoriale del dopoguerra.
A volte di pomeriggio, anziché andare al Politecnico, andavo ad aiutarli ed è stato un tirocinio formidabile perché ho appreso cose fondamentali per chi come me fa dei lavori di progettazione passando attraverso la manualità. Mi ha permesso di capire che alcune cose si fanno come naturale conseguenza dei mezzi tecnici che ci sono, mi ha insegnato a considerare l'attenzione, la cura, la metodicità con cui progettare e nello stesso tempo il grado di libertà che il dominio della tecnica e della manualità possono dare.
Erano anni in cui i tipografi dovevano essere persone d’esperienza e di gusto; sapevano come accostare i caratteri, che erano pezzettini di piombo, non lettere virtuali, ti insegnavano che sotto certe lettere bisognava mettere delle cartelline in più o meno strati per fare il taccheggio, perché il risultato della stampa fosse omogeneo.
Ora, con la fotocomposizione, tutto avviene un po' meccanicamente. Adesso tutti pensano che col computer si sia più veloci, in parte è vero pero' ci sono dei momenti di noia estenuante quando si lavora al computer, mentre una volta si era occupati manualmente, si doveva schizzare, tagliare, incollare, fare le fotocopie.
Ora, mentre aspetto il comporsi di un’immagine al computer, probabilmente il cervello è un pochino più statico di prima quando ero costretto ad organizzare un progetto in maniera differente.
Alla Neograph ho avuto la fortuna di conoscere il direttore della pubblicità della Roche, la ditta di medicinali, per noi mitica perché si serviva di Boggeri come art director, un personaggio di primaria importanza nella creazione della moderna grafica italiana.
Riuscii a collaborare un po’ con loro e per me, semplice studente, fu molto gratificante e stimolante.

C’è stato un episodio chiave che l’ha portata a scegliere quale sarebbe stata la sua futura professione?
Si, poco prima di laurearmi, in tre amici abbiamo deciso di affrontare un'esperienza di lavoro comune.
Eravamo Mario Bellini, ora molto noto e conosciuto da tutti, Roberto Orefici, il più intelligente e colto del mio anno scolastico, quello che ci stimolava culturalmente, ed io.
Avendo saputo che La Rinascente cercava un art director per l'Ufficio Sviluppo, allora diretto da Augusto Morello, poi presidente della Triennale, ci siamo presentati e gli abbiamo fatto una proposta un po' anomala: "lo stipendio che voi date è molto alto, anche diviso per tre ci permetterebbe di vivere e voi avreste il vantaggio di avere tre giovani piccoli cervelli al posto di uno". Ci assunsero e cominciammo a lavorare per La Rinascente.

Cosa rappresentava allora La Rinascente?
Non dico che fosse l'Atene d'Italia com'era allora l'Olivetti, come cultura, imprenditorialità e capacita' progettuale, ma era sicuramente uno dei posti milanesi dove si faceva più progetto e dov'era più avanzata la sperimentazione.
Era La Rinascente che faceva le grandi mostre sull'India, sul Messico, sul Giappone, il modo di allestirle era veramente rivoluzionario, Roberto Sambonet girava per il mondo come curatore.

Com’era il lavoro all’interno dell’ufficio?
Il nostro ufficio era all’ultimo piano della Rinascente e si affacciava sulle guglie del Duomo e già questa era una ragione di godimento nel lavorarci.
Era un ambiente internazionale, avevamo come assistenti e collaboratori una ragazza finlandese, una giapponese, due americani, un tedesco.
C'era una presenza cosmopolita di persone molto differenti tra di loro e il contatto con esperienze così varie e con persone così professionalmente ricche è stato molto bello.
(1-continua)





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